Accoglienza perugina

Il grande lavoro di risistemazione della Cuparella è terminato, e in effetti il risultato è ottimo!
Un’area verde, tra l’altro opera del Porcinai, è stata restituita alla città.
Anzi, proprio alla città no: ora c’è un campeggio!
Per chi si affaccia dall’alto, è visibile una tenda canadese di un bel colore blu, pittorescamente ospitata da uno degli arconi che accoglie anche le suppellettili del fortunato turista.
E questa è la tipologia lusso, pagherà un po’ più dell’altra tipologia…
Eh si, dopo la tenda in tela blu ce n’è un’altra in cartone ecologico, a due piazze, con armadio esterno: questo sicuramente pagherà meno. Non avremo un parcheggio per camper in città, ma il più centrale dei campeggi si!
Naturalmente i bagni sono nascosti, così da non rovinare la vista del bell’anfiteatro: o forse più che nascosti sono invisibili  costringendo i poveri campeggiatori a dividere lo spazio con i tossici, scelta questa che condanniamo fermamente: spazio ce ne sarebbe.
Per fortuna le siringhe vengono lasciate nelle fessure delle mura etrusche, dando continuità all’uso popolare degli spazi.
C’è anche la scelta geniale di far accendere i fuochi a ridosso delle mura stesse, evitando così di provocare fastidiosi incendi.
E regalando un bel colorito nerastro alle millenarie pietre.
La sicurezza del campeggio è assicurata da simpatici giovani nordafricani, i quali in cambio di qualche euro regalano piccoli pacchettini ben confezionati che estraggono con abilità da aiole e siepi.
Tanta è la gioia per questi piccoli pacchettini che i fortunati destinatari se ne vanno in giro come storditi da tanta fortuna.
Fortunatamente le scuole sono chiuse, altrimenti questo idillio campestre sarebbe turbato dalle stridule voci dei pargoli che frequentano le soprastanti elementari.
Ma sarà opportuno raccogliere firme per spostare la scuola elementare verso qualche centro commerciale periferico.
In fondo il turismo è una delle voci fondamentali dell’economia umbra!

Marco Pedercini

6 Comments on Accoglienza perugina

  1. Le osservazioni di Marco su quello che sta capitando all’appena ristrutturato “parco” sotto la Cupa non mi meravigliano. Sicuramente a suo tempo Porcinai progettò da par suo la sistema-zione di quel verde, ma oggi quella lingua alberata stretta tra gli alti muraglioni e la trafficatissima strada, che in realtà sembra azzardato definire parco, ha il destino segnato. E’ assai difficile che pensionati e mamme con bambini decidano di andare lì dentro a trascorrere qualche ora in pace, ristretti tra l’alto muraglione, sia pure etrusco, e il ruggito e le esalazioni del vicinissimo traffico. E’ molto più probabile che, invece, l’area risulti molto appetibile per chi si dedica ai traffici della droga, in un luogo così comodo e centrale. L’esperienza insegna che il verde pubblico funziona quando è sviluppato in piano su ampie superfici, il grande successo di Pian di Massiano, frequentatissimo a tutte le ore e in tutte le stagioni ne è la conferma, così come riscuotono grande apprezzamento i percorsi lungo il Tevere, da Ponte S. Giovanni a Ponte Felcino.
    Che cosa dire invece dei costosi tentativi di trasformare in verde attrezzato e frequentabile aree scoscese come la scarpata del Pincetto, sulla quale sono stati tracciati sentieri e vialetti divenuti in pochi mesi luoghi assolutamente infrequentabili e già in stato di abbandono? Che cosa dire dei ripetuti e costosi tentativi di far diventare parco pubblico il fosso di Santa Margherita, anch’esso in poco tempo divenuto area di elezione dei traffici più immondi? I luoghi impervi hanno, specialmente a Perugia, un loro grande fascino, così profondamente incuneati all’interno della massa costruita. Il loro verde dovrebbe essere ricco e soprattutto impenetrabile, come in effetti è sempre stato prima che si decidesse di tracciarvi all’interno improbabili sentieri e piazzole, godibile in quanto elemento prezioso e raro del paesaggio cittadino.

  2. Forse dei luoghi impervi bisognerebbe sfruttare la panoramicità e dunque il verde dovrebbe essere studiato per lasciare dei coni visuali molto ampi verso valle (e monte?).
    Recentemente ho visitato la nuova parte del parco di Belleville a Parigi. Costruito su una antica cava, ha una parte molto scoscesa, non molto diversa da quella per esempio del citato Pincetto.
    I progettisti hanno sfruttato proprio la condizione di debolezza della forte pendenza per fare una mega istallazione ludica per bambini, un play ground unico ed eccezionale secondo me strepitoso. (www.mairie20.paris.fr/mairie20/jsp/site/Portal.jsp?page_id=857)
    Dico questo perchè:
    1 la progettazione di un parco non dovrebbe prescindere dal fatto di inserire alcune funzioni forti in grado di accogliere e divertire. Un parco deve innazitutto essere usato!
    2 d’accordo Porcinai, d’accordo tutto ma in questi casi invece dei restauri conservativi (o pseudotali) un bell’intervento radicale, magari tema di un bel concorso di architettura non sarebbe stato male. Quando vedo quell’anfiteatro mi viene un nodo alla gola…
    3 Il paesaggio di una città dovrebbe essere in continua evoluzione. Anche i suoi parchi dunque.
    Ps questa politica per cui esiste una relazione tra contrasto allo spaccio e piccole (o grandi fa lo stesso) opere di riqualificazione urbana (il decoro! il decoro!) mi sembra prima di tutto una sciocchezza ma poi anche il sintomo di un assoluta incapacita di comprendere il fenomeno e di farsene carico. A quando una bella discussione su questo tema?

  3. I temi che si stanno intrecciando nel dibattito intorno alla Cuparella/Campaccio sono davvero molti. Spesso si sovrappongono e creano un groviglio difficilmente dipanabile.
    Proviamo a elencarli così come sono stati proposti negli interventi nel blog.
     La presenza degli spacciatori.
    E’ sicuramente un problema. Non riguarda soltanto la Cupa ma è connesso con l’incremento del traffico e dell’uso di droghe in città e nel paese. E’ problema a carattere nazionale che ha a che fare col contrasto al narcotraffico da una parte e con la dissuasione dall’assunzione di droghe dannose dall’altro.
     Il degrado del giardino e i suoi utenti
    Il degrado ha due componenti: quella reale e quella percepita.
    Le interviste a cura degli studenti del corso di Metodologia della ricerca etnografica hanno evidenziato come persone che da anni non frequentano il giardino ne parlino come di un posto degradato e pericoloso, mentre i nuovi fruitori (es: studenti Erasmus spagnoli ) lo usino tutti i giorni per godersi l’ultimo sole al tramonto.
    Non solo anziani e mamme con bambini sono i possibili fruitori di un giardino pubblico.
    Il giardino è degradato innanzitutto per la mancanza di una adeguata e progettata manutenzione.
    Nel pomeriggio di lunedì 27 giugno, dai cestini debordava spazzatura e il sentiero lungo le mura era sporco e invaso da vegetazione spontanea che rendeva difficoltoso il percorso. La mattina del 28, in vista della passeggiata/visita guidata prevista nell’ambito dell’iniziativa “la Cuparella non si salva da sola”, l’Amministrazione comunale, responsabilmente, ha fatto eseguire una pulizia con sfalcio.
    Le foto di Laurent Karfala hanno trasformato le mura e il giardino al tramonto in una galleria d’arte di grande suggestione.
    Riteniamo più utile partire dagli elementi positivi che esistono già, piuttosto che vedere soltanto il degrado.

    un’altra Cuparella è possibile!

     La morfologia e le specificità del luogo
    Si dice che il parco della Cupa è “luogo impervio”, di difficile fruizione per i dislivelli e per non essere un ampio spazio pianeggiante.
    Ma un buon progetto (come era quello di Pietro Porcinai all’epoca) rende la “morfologia difficile” elemento di qualità del nuovo spazio. Per esserne sicuri basta ricordare villa d’Este a Tivoli e villa Lante a Bagnaia che, pur in uno spazio limitato e scosceso, si configurano come capolavori della storia del giardino all’italiana e della cultura rinascimentale.
     Possibili interventi e buoni e cattivi esempi
    Si dice che il “lavoro di risistemazione della Cuparella è terminato”; che in un parco bisognerebbe “inserire funzioni forti” “invece dei restauri conservativi o pseudotali”; che “un bell’intervento radicale, magari tema di un bel concorso di architettura non sarebbe stato male”; che l’anfiteatro realizzato fa venire “un nodo alla gola”. Si cita come buon esempio il parco parigino di Belleville.

    Il lavoro di risistemazione della Cuparella non può dirsi terminato; ha riguardato esclusivamente l’inserimento di un teatro in un luogo che aveva una sua storia e una sua geografia che la nuova “funzione forte” ha di fatto ignorato. Tranne che per il masso/fontana, non è stato realizzato né proposto alcun restauro conservativo o pseudotale. Un parco, un giardino, il patrimonio vegetale delle nostre città non possono essere oggetto di esclusiva progettazione architettonica. In tutto il resto d’Europa non è consentito. Servono competenze specifiche! Altrimenti si fanno interventi “da nodo alla gola”!
    Il parco di Belleville può certo fornire alcuni suggerimenti, ricordando però che lì si tratta di uno spazio scosceso di 4,5 ettari, mentre la Cuparella occupa poco più di 1 ettaro.
    Lì, la “mega installazione ludica” é stata recentemente riprogettata adeguandola a nuove norme di sicurezza. Sulla stessa area esisteva uno spazio giochi simile all’attuale con scivoli, passerelle, tunnels, tutto in legno. Questa prima costruzione si é degradata in fretta ed é stata chiusa. Durante i 5 anni trascorsi prima dell’apertura della nuova area giochi, la costruzione in legno é stata abitata da numerosi clochards, diventando luogo di attività illecite. La nuova sistemazione dell’area giochi a Belleville é stata perfettamente integrata nel disegno planimetrico originario del parco. Inoltre il progetto del parco ha tenuto conto, rielaborandola e mettendola al centro del progetto, della storia del luogo (alcuni filari di viti nel nuovo parco ricordano la vocazione vitivinicola della collina di Belleville). Dalla foto allegata possiamo comprendere la qualità della manutenzione ordinaria del parco di Belleville. In tutta Italia (non solo a Perugia) ce la sogniamo…
    manutenzioni delle siepi a Belleville.

    Che fare?
    Già il titolo dell’incontro del 28 giugno “La Cuparella non si salva da sola” suggeriva che non c’è soluzione per questo giardino se non lo ripensiamo come un elemento dell’intera città (centro e periferia come una sola città) e come parte costituiva della sua “trama verde”.
    Il parco della Cuparella e le mura urbiche formano un’entità connessa al contesto urbanistico e paesaggistico della città. In continuità con quella che Porcinai definiva “mentalità naturale”, all’interno della trama verde costituita da tutti gli spazi verdi aperti del territorio comunale (giardini, parchi, boschi, orti, e tutti gli spazi di risulta), la Cuparella potrebbe costituire uno dei nodi della rete, quale stazione di partenza/arrivo/scambio per un percorso di riscoperta/riconoscimento e quotidiano godimento delle mura, del patrimonio vegetale e botanico, della biodiversità nel paesaggio urbano e periurbano. Tutto questo non può che realizzarsi a partire da un progetto paesaggistico di qualità che si attui attraverso una manutenzione straordinaria (urgenza) e una ordinaria (interventi di recupero che si protraggono nel tempo), da realizzarsi nell’ambito di un piano di gestione differenziata e sostenibile.
    Tutti questi temi sono stati illustrati nell’incontro del 28, così come la passeggiata al tramonto nel giardino della Cuparella ha messo in luce gli elementi di qualità paesaggistica e formale che ancora permangono e costituiscono il valore di questo parco urbano.
    Adesso tocca all’Amministrazione Comunale e ai cittadini decidere cosa vogliono fare del prezioso lavoro di ricerca e di elaborazione realizzato nel corso del Laboratorio Il giardino nel tempo. Per parte sua, l’Associazione Porcinai si impegna a ricomporre tutti i materiali raccolti e le indicazioni, le suggestioni e le proposte ricevute, oltre alle considerazioni sviluppate al proprio interno, in un organico rapporto per socializzare le conoscenze acquisite e per offrire un’utile base di riflessione sulle trasformazioni del luogo e di orientamento per gli interventi futuri.

    Elisabetta Cereghini e Marina Fresa

  4. Vorrei solo ricordare alcune cose.
    Uno: le Carte.
    Abbiamo: IL CODICE DEI BENI CULTURALI, LA CARTA DI GUBBIO, LA CARTA DI VENEZIA, LA CARTA DI FIRENZE, LA CARTA DI NAPOLI, GLI STATUTI UMBRI, LA COSTITUZIONE, che in modi diversi già tutelano la Cupa.
    Vogliamo per sempre farne carta da riciclare o abbiamo ancora il dovere di rispettarle?
    Due: tutti i giardini di Perugia sono pieni di spacciatori e in stato di degrado.
    Tre: il previsto teatro nell’anfiteatro non c’è più perchè sono stati ricoperti ( o mimetizzati? correggetemi se sbaglio, cortesemente) i fori che dovevano sostenere i pali per le quinte .
    Quattro: Le “sinuose aiuole verdi” che hanno stravolto il bellissimo viale davanti al giardino (adesso quando si percorre il viale si ha come l’impressione di essere alticci), la pavimentazione di un viale alberato, tre o quattro tipi diversi di lampioni uno vicino all’altro, tutto questo ed altro ancora vi sembrano cose normali?
    Io penso che tutti noi, indipendentemente dal mestiere che facciamo, avremmo il dovere di seguire le leggi. Punto.
    Maria Pia Battista

  5. Grazie ad Elisabetta Cereghini e Marina Fresa per le informazioni. Ne approfitto per fare alcune domande.
    Prima una puntualizzazione però, non pensavo proprio che l’anfitetro fosse una funzione forte, anzi il contrario, è un segno (tra l’altro molto consumato). Facevo riferimento a cose diverse e forse il termine che avrei dovuto utilizzare (si sa, nei blog si scrive alla svelta e non si corregge abbastanza…) è piuttosto “idea forte”. L’idea del rapporto con le mura in un ragionamento più vasto per es. che prenda in considerazione tutta la cinta muraria è un esempio tra altri (un concorso potrebbe anche tirarne fuori altri ancora ancora…magari meno complessi e di così ampio respiro…). Ho citato il Parco di Belleville e l’intervento del playground per dire che:
    1 è bello,
    2 è molto divertente
    3 interviene con un progetto formalmente contemporaneo ma con una relazione con la storia del parco molto intensa
    4 introduce un’intesità maggiore di utilizzo
    5 aggiunge qualche cosa che prima non c’era
    6 a sua volta il parco era la trasformazione di un’antica cava, la soria delle trasformazioni urbane è incessante e procede per continue stratificazioni quando decidiamo che tutela sia ipostatizzazione (astrazione normativa) di un contesto facciamo una scelta formalmente ineccepibile (vedi le carte e le leggi) ma spesso un pò “moscia”.
    Ma veniamo alle domande cui spero avrò risposta.
    Nel progetto di Porcinai mi sembra di cogliere un atteggiamento progettuale moderno. Non conosco le fonti e mi baso solo su quello che vedo. Il progettista mi sembra che dia una risposta ad un tema oggi molto attuale, le modifiche del paesaggio legate alla costruzione di un infrastruttura, in quel caso la kennedy. Mi sbaglio? non è così? non gli poteva fregare di meno?
    Il rapporto con il paesaggio e l’orientamento…il tramonto si diceva. La sistemazione arborea prevedeva questo generalizzato occultamento dell’orizzonte dai diversi terrazzamenti? E sempre su questo punto che cosa si intuisce dal progetto sull’annullamento della vista di uno dei tratti più belli della cinta muraria a partire da Viale Pellini (che se non sbaglio urbanisticamente all’epoca in cui venne pensato avrebbe dovuto costituire una sorta di secondo corso..dunque un luogo di passeggio con vista sulla valle e sulle mura)?
    Perchè il toponimo Cupa, Cuparella per un posto invero tanto luminoso e solare (e caldissimo)?
    Ps che ne pensereste di trovare un senso anche a quello spazio meraviglioso inutilizzato ed inaccessibile (aidavedè che panorama) dietro il conservatorio, a picco sulla Cuparella?

  6. E arrabbiata come ero mi sono dimenticata di dire la cosa più importante. Un grande ringraziamento a tutti i soci della Associazione Pietro Porcinai per l’equilibrio che hanno dimostrato in questo delicato frangente. Un ringraziamento a tutti gli studiosi che sono intervenuti. Un ringraziamento ancora per la relazione finale, che sarà oggetto di riflessione e approfondimenti.
    Un ringraziamento infine a Luciano Giacchè , che da anni sta studiando con pazienza le opere di Porcinai in Umbria e sta combattendo per il loro recupero, purtroppo quasi mai ascoltato.
    Ci lasciamo ( ci lasciamo?) con una speranza.
    Spero che il Comune di Perugia possa presto invitare la Famiglia Porcinai nella nostra città non solo per scusarsi ma per presentarle un vero e proprio piano di restauro dei giardini della Cupa. Affettuosamente – Maria Pia Battista

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